Non vedo con i tuoi occhi

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Embrione della messinscena è una riflessione laica sull’oggi. Il leit motiv è la responsabilità di non tacere. Il proposito è la rivendicazione di un diritto alla diversità, la denuncia contro diffuse cecità.

La Santa Sede è protagonista indiscusse delle trame sottili della Storia: da secoli, da millenni. Nessuna concessione di libertà, autonomia, consapevolezza o voglia di alternative. Abili oratorie e pulpiti riveriti continuano ad ammansire epoche, scardinare abilità critiche, censurare alternative, immolando l’Uomo e snaturandone le potenzialità.

Obiettivo primario dei Poteri, che manovrano e intessono i nostri oggi, è sempre quello di addomesticare.

Così l’attualità ricalca ciò che è già stato: l’uomo placcato e sottomesso, espropriato nel suo Essere ed Esser-ci. Su un terreno psicologico di massa, soggiogato negli istinti e ingabbiato nei pensieri, risulta difficile oggi bersagliare la morale coercitiva.

Come individui siamo alla mercé di imperativi collettivi. Si confonde la spiritualità con la religiosità, zattera cui si aggrappa l’uomo pavido di affogare. Pavido di vivere il suo Corpo. E chi, si traveste da custode di gioie e grazie divine, reputa l’intimo rapporto con se stessi e il trascendente di suo esclusivo appannaggio.

Ai comuni … resta l’atto di dolore. E l’eden è sogno. O trapassato.

Dinanzi alla Storia di un’Umanità castrata ed umiliata nella sua naturale essenza, spetta al teatrante sollevare lo sguardo e raffigurare il suo dissenso,

Così, due figure entrano in scena animando, in un gioco di metafore, il dramma della privazione. L’una è ancorata al rigido conservatorismo, l’altra è spinta dalla vitalità del rinnovamento.

L’una è assioma. Potere. Liturgia. Condanna. Possesso. L’altra è desiderio. Bizzarria. Ribellione. Creazione. Corporeità.

A gran voce raccontano il ballo dei poteri e dei doveri tra luci e ombre, immagini e simboli, tra richiami al passato e balzi nel presente, tra imperscrutabili memorie e silenti verità.

È l’insoddisfazione sociale, anima-le che, nella creazione artistica, risuona e riecheggia: siamo divenuti contenitori vuoti da riempire e non contenuti da scoprire!

Quest’epoca fortemente spersonalizzante ed omologante urla il bisogno di sincerità e conforto nella diversità e chi se non il teatrante, può lasciarsi cadere la maschera e sollevare lo sguardo?

In nome e per nome della vita, in nome e per nome del teatro.

Durata 70 minuti

Di e con Alessandra Cocciolo Minuz e Rossana Colonna- Regia di Alessandra Cocciolo Minuz